Asta 163
A 163 - Importanti Armi Antiche, Armature, Ordini & Militaria
24, 25 Settembre
Lotto 215
Interessante e raro arco Mancese (dinastia Qing)
Clicca la foto per ingrandire
Starting bid: 400 €
Offerta massima:
Provenienza
Manciuria
Datazione
Fine XIX inizio XX Secolo
Dimensioni
lunghezza 125 cm.
Conservazione
buone
Di grosso formato, costituito da un anima in legno, con faccia rivolta verso l'arciere (ventre) rivestita in corno bruno di vacca e faccia opposta in nerbo; la parte centrale rivestita in cuoio (mancanze), in pelle di razza e con decorazioni di gusto tipico (alcune mancanze). I flettenti lasciati a vista, riflessi, sono provvisti di due blocchetti d’osso sui quali la corda appoggia quando l’arco non è in uso.
L’arco manciù, o arco Qing, rappresenta una delle ultime e più potenti espressioni della tradizione asiatica dell’arco composito. Sebbene tra metà e fine Ottocento le armi da fuoco e i moschetti avessero già trasformato il campo di battaglia, esso continuò a mantenere un ruolo centrale nella guerra per i guerrieri manciù del nord-est della Cina, apprezzato sia nel combattimento di fanteria sia in quello di cavalleria. Le sue dimensioni imponenti e i suoi pesi di trazione formidabili lo rendono immediatamente riconoscibile agli storici e agli specialisti della storia dell’arcieria.
Nel panorama degli archi compositi tradizionali, alcuni erano progettati per velocità e gittata, producendo frecce leggere e rapide per il tiro a lunga distanza. L’arco manciù, al contrario, occupava l’estremo opposto ed era concepito per erogare la massima energia cinetica a distanza relativamente breve. Il suo progetto privilegiava la capacità di penetrazione più che la rapidità di tiro. Lunghi siyah (le estremità rigide dei flettenti, che funzionavano da potenti leve) erano impostati con un angolo molto accentuato rispetto alle parti flessibili, mentre il kasan, breve e robusto (la base solida che unisce siyah e flettente), creava una giunzione rigida che massimizzava il trasferimento di forza. Nonostante le dimensioni, l’arco veniva maneggiato con notevole destrezza dagli arcieri a cavallo manciù, sia in guerra sia nella caccia, e gli arcieri di fanteria dimostravano agilità tirando con efficacia anche in movimento.
La sua costruzione si basava sull’integrazione accurata di legno, corno e tendine, come per tutti gli archi compositi asiatici: materiali scelti per le loro proprietà complementari. L’anima, spesso in gelso, forniva resistenza e flessibilità. Su questa base veniva applicato corno di bufalo d’acqua, tagliato in strisce e incollato sul ventre per offrire resistenza alla compressione. Sopra, strati di tendine, ricavati da tendini animali, puliti e pestati fino a ottenere fibre sottili, venivano fissati con una colla tradizionale a base di vescica natatoria di pesce, zoccoli animali e altri ingredienti. Questa struttura composita conferiva all’arco manciù una resilienza straordinaria, permettendogli di sopportare le immense forze della trazione e del rilascio, e di produrre un tiro di eccezionale potenza. Per un approfondimento sull’evoluzione costruttiva, funzionale e simbolica dell’arco composito in Asia, inclusi gli usi presso diverse popolazioni e le caratteristiche distintive, si veda Mike Loades, The Composite Bow, 2016.
Nel panorama degli archi compositi tradizionali, alcuni erano progettati per velocità e gittata, producendo frecce leggere e rapide per il tiro a lunga distanza. L’arco manciù, al contrario, occupava l’estremo opposto ed era concepito per erogare la massima energia cinetica a distanza relativamente breve. Il suo progetto privilegiava la capacità di penetrazione più che la rapidità di tiro. Lunghi siyah (le estremità rigide dei flettenti, che funzionavano da potenti leve) erano impostati con un angolo molto accentuato rispetto alle parti flessibili, mentre il kasan, breve e robusto (la base solida che unisce siyah e flettente), creava una giunzione rigida che massimizzava il trasferimento di forza. Nonostante le dimensioni, l’arco veniva maneggiato con notevole destrezza dagli arcieri a cavallo manciù, sia in guerra sia nella caccia, e gli arcieri di fanteria dimostravano agilità tirando con efficacia anche in movimento.
La sua costruzione si basava sull’integrazione accurata di legno, corno e tendine, come per tutti gli archi compositi asiatici: materiali scelti per le loro proprietà complementari. L’anima, spesso in gelso, forniva resistenza e flessibilità. Su questa base veniva applicato corno di bufalo d’acqua, tagliato in strisce e incollato sul ventre per offrire resistenza alla compressione. Sopra, strati di tendine, ricavati da tendini animali, puliti e pestati fino a ottenere fibre sottili, venivano fissati con una colla tradizionale a base di vescica natatoria di pesce, zoccoli animali e altri ingredienti. Questa struttura composita conferiva all’arco manciù una resilienza straordinaria, permettendogli di sopportare le immense forze della trazione e del rilascio, e di produrre un tiro di eccezionale potenza. Per un approfondimento sull’evoluzione costruttiva, funzionale e simbolica dell’arco composito in Asia, inclusi gli usi presso diverse popolazioni e le caratteristiche distintive, si veda Mike Loades, The Composite Bow, 2016.
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