Asta 150
A 150 Ordini, medaglie & distintivi
21/03/2025
Lotto 125
Ferdinando IV di Borbone (1759-1816)
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Provenienza
Regno delle Due Sicilie
Datazione
1815
Dimensioni
diametro 4.8 cm.
Conservazione
molto buone
Rarissima medaglia per l’arresto di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro, in argento. Al dritto "FERDINANDUS IV UTRIUSQUE SICILIAE REX P F A", nel campo bellissima testa coronata del Re a destra. Al rovescio giglio borbonico e iscrizione al bordo "OB EGREGIAM URBIS PITII FIDELITATEM"; all'esergo "POSTRIDIE NONAS OCTOBRIS ANNI R S MDCCCXV".64 g.
Nell'opera di Tommaso Siciliano sono raccolti studi e indagini riguardanti la coniazione di vari esemplari in oro, i quali furono donati dal re Ferdinando IV al comune di Pizzo come segno di gratitudine per la lealtà dimostrata dalla città nei confronti della dinastia borbonica. Tali medaglie rimasero custodite nel palazzo municipale fino al 1863, anno in cui, su ordine del governo, vennero fuse. In seguito, il Comune ricevette un risarcimento pari al valore intrinseco delle medaglie, equivalente a settanta ducati napoletani ciascuna. La quasi totalità di questi esemplari venne fusa, eccetto due, forse tre, che sono giunti fino a noi, di cui uno è conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Gli esemplari in argento, di numero estremamente ridotto e sopravvissuti a quasi due secoli di esistenza, sono da considerarsi di grande rarità. Sebbene i documenti ufficiali indichino che furono coniate sessanta medaglie, quelle che attualmente si trovano sul mercato o in collezioni private sono in verità assai poche. Il rinomato esperto e collezionista Eduardo Ricciardi, ad esempio, possedeva nella sua raccolta solo l’esemplare in bronzo (si ricorda che egli donò la sua intera collezione ai napoletani, l'insieme è conservato al Museo di San Martino di Napoli).
I documenti ufficiali non riportano esemplari in bronzo, ma è evidente che ne furono coniati, sebbene la loro reperibilità sul mercato sia assai difficile (vedi il lotto precedente). Questi ultimi risultano comunque essere meno rari rispetto a quelli in argento.
Come già accennato, la comparsa di esemplari in argento sul mercato è un evento eccezionalmente raro, soprattutto negli ultimi anni: oltre all'esemplare venduto nell'asta di Christie’s nel 1992, si ha notizia di un altro esemplare, venduto all’asta del Titano di Zurigo nel 1996, che fu valutato 20.000 franchi svizzeri.
Tale medaglia è particolarmente ambita anche dai collezionisti francesi, poiché commemora un evento storico di grande rilevanza anche per la Francia: la fine della dinastia napoleonica in Italia.
Riguardo alla cattura di Murat:
Murat, che in passato non era riuscito a mantenere Napoli nonostante il grande esercito a sua disposizione, nutriva la convinzione che l’intero paese si sarebbe sollevato contro Ferdinando a suo favore. Aveva radunato circa duecentocinquanta seguaci e preparato sette feluche. “Non rinuncerò al mio Regno”, dichiarò a Carabelli, un agente còrso, aggiungendo: “Basterà che mi faccia vedere per vincere”. Il 28 settembre 1815, partì dalla Corsica con la sua piccola flotta, ma una tempesta disperse le imbarcazioni, facendole naufragare nei pressi di Napoli. La feluca di Murat e un’altra furono portate lontano dalla destinazione, e il 7 ottobre, mentre stavano per approdare a Sant’Eufemia, alcuni dei suoi compagni suggerirono di dirigersi verso Trieste, ma il comandante della feluca, Barbara, consigliò invece di fare scalo a Pizzo per rifornirsi. Così, Murat decise di approdare al porticciolo più vicino.
Indubbiamente, l’esempio di Napoleone, che aveva lasciato l’Isola d'Elba, lo ispirò. “Alla peggio morirò da Re”, aveva affermato con risolutezza. Indossò una sontuosa uniforme e un cappello piumato con una fibbia di diamanti, e alle undici del mattino sbarcò. Accompagnato dal suo seguito, che inneggiava a lui chiamandolo “Re Gioacchino”, si diresse verso la piazza del mercato, affollata in quanto domenica. Tuttavia, i popolani, anziché accoglierlo con entusiasmo, fuggirono terrorizzati, poiché i ricordi del suo regno, durante l’occupazione francese, erano tutt'altro che piacevoli: il commercio costiero era stato gravemente danneggiato e molte famiglie avevano subito perdite a causa delle repressioni del generale Manhès, inviato dal re francese contro il brigantaggio. Inoltre, il duca di Infantado, un nobile spagnolo, aveva visto confiscati i suoi beni sotto il regime di Murat, a partire dal Dos de Majo del 1808.
Giunto vicino alla postazione dei guardacoste, Murat ordinò ai soldati di seguirlo, promuovendo il sergente al rango di capitano, ma anche questi fuggirono di fronte alla sua ostentazione. Poiché la piazza si era ormai svuotata, Murat decise di recarsi a Monteleone (oggi Vibo Valentia), una città tradizionalmente favorevole alla Francia. Tuttavia, quando si fermò per acquistare un cavallo, si formò una folla ostile, e Trentacapilli, un ufficiale di polizia, gli intimò di arrendersi. Murat tentò di ingannare la folla, dicendo di essere diretto a Trieste e mostrando un passaporto in ordine, ma fu subito circondato. Nacque un tumulto: uno sparo disperse la folla, e Murat, insieme a pochi compagni, fuggì verso la spiaggia, ma le feluche erano ormai scomparse. Tentando di salire su una barca da pesca, furono raggiunti dai loro inseguitori. Un suo compagno sparò, ma fu ucciso, e un feroce parapiglia ebbe inizio. Murat riuscì a sottrarsi miracolosamente al linciaggio, ma fu aggredito da molte donne che lo insultavano, ricordandogli le atrocità commesse durante il suo regno. Una di esse gli strappò un ciuffo di baffi, che conservò come trofeo. Trentacapilli gli sottrasse i documenti e la fibbia di diamanti.
Esauriti, feriti e laceri, Murat e i suoi uomini furono catturati e condotti al castello, dove furono imprigionati in una cella oscura. Altri, settantanove in totale, furono circondati. Il generale Nunziante, comandante della Calabria Meridionale, fu informato dell’accaduto e inviò a Pizzo un distaccamento di truppe, mentre il cameriere del Duca di Infantado si occupò di procurare a Murat cibo, vestiario, vino e un medico per le sue ferite. Sebbene Murat avesse ancora numerosi soldati, specialmente nell’esercito, la notizia del suo arresto preoccupò Ferdinando IV. Il sovrano, informato mentre assisteva a un'opera al San Carlo, convocò il Consiglio e, su proposta di Medici, Ministro della Polizia, decise di sottoporre Murat a un processo da parte di una commissione militare. Fu probabilmente un consiglio di A'Court, il diplomatico inglese, mentre l’Ambasciatore austriaco si ritirò prudentemente. Il 13 ottobre Murat fu giudicato dalla corte marziale composta da ufficiali che egli stesso aveva promosso. Dichiarato colpevole di incitamento alla guerra civile e di attacco armato al legittimo sovrano, fu condannato alla fucilazione.
Murat scrisse una commovente lettera alla moglie e, sotto la persuasione di un curato di Pizzo, uomo sincero e devoto, si confessò e ricevette l'assoluzione. Alla vista del plotone di esecuzione, che si apprestava a fucilarlo, esclamò con calma: “Mirate al cuore, ma risparmiate la faccia”, rifiutando di essere bendato. Il re sfortunato cadde senza un lamento, pagando con la vita per un destino che, purtroppo, pareva scritto sin dall'inizio. La sua fine, seppur triste e indegna, sembra non poter essere altrimenti, data la situazione tragica in cui si trovò.
Gli esemplari in argento, di numero estremamente ridotto e sopravvissuti a quasi due secoli di esistenza, sono da considerarsi di grande rarità. Sebbene i documenti ufficiali indichino che furono coniate sessanta medaglie, quelle che attualmente si trovano sul mercato o in collezioni private sono in verità assai poche. Il rinomato esperto e collezionista Eduardo Ricciardi, ad esempio, possedeva nella sua raccolta solo l’esemplare in bronzo (si ricorda che egli donò la sua intera collezione ai napoletani, l'insieme è conservato al Museo di San Martino di Napoli).
I documenti ufficiali non riportano esemplari in bronzo, ma è evidente che ne furono coniati, sebbene la loro reperibilità sul mercato sia assai difficile (vedi il lotto precedente). Questi ultimi risultano comunque essere meno rari rispetto a quelli in argento.
Come già accennato, la comparsa di esemplari in argento sul mercato è un evento eccezionalmente raro, soprattutto negli ultimi anni: oltre all'esemplare venduto nell'asta di Christie’s nel 1992, si ha notizia di un altro esemplare, venduto all’asta del Titano di Zurigo nel 1996, che fu valutato 20.000 franchi svizzeri.
Tale medaglia è particolarmente ambita anche dai collezionisti francesi, poiché commemora un evento storico di grande rilevanza anche per la Francia: la fine della dinastia napoleonica in Italia.
Riguardo alla cattura di Murat:
Murat, che in passato non era riuscito a mantenere Napoli nonostante il grande esercito a sua disposizione, nutriva la convinzione che l’intero paese si sarebbe sollevato contro Ferdinando a suo favore. Aveva radunato circa duecentocinquanta seguaci e preparato sette feluche. “Non rinuncerò al mio Regno”, dichiarò a Carabelli, un agente còrso, aggiungendo: “Basterà che mi faccia vedere per vincere”. Il 28 settembre 1815, partì dalla Corsica con la sua piccola flotta, ma una tempesta disperse le imbarcazioni, facendole naufragare nei pressi di Napoli. La feluca di Murat e un’altra furono portate lontano dalla destinazione, e il 7 ottobre, mentre stavano per approdare a Sant’Eufemia, alcuni dei suoi compagni suggerirono di dirigersi verso Trieste, ma il comandante della feluca, Barbara, consigliò invece di fare scalo a Pizzo per rifornirsi. Così, Murat decise di approdare al porticciolo più vicino.
Indubbiamente, l’esempio di Napoleone, che aveva lasciato l’Isola d'Elba, lo ispirò. “Alla peggio morirò da Re”, aveva affermato con risolutezza. Indossò una sontuosa uniforme e un cappello piumato con una fibbia di diamanti, e alle undici del mattino sbarcò. Accompagnato dal suo seguito, che inneggiava a lui chiamandolo “Re Gioacchino”, si diresse verso la piazza del mercato, affollata in quanto domenica. Tuttavia, i popolani, anziché accoglierlo con entusiasmo, fuggirono terrorizzati, poiché i ricordi del suo regno, durante l’occupazione francese, erano tutt'altro che piacevoli: il commercio costiero era stato gravemente danneggiato e molte famiglie avevano subito perdite a causa delle repressioni del generale Manhès, inviato dal re francese contro il brigantaggio. Inoltre, il duca di Infantado, un nobile spagnolo, aveva visto confiscati i suoi beni sotto il regime di Murat, a partire dal Dos de Majo del 1808.
Giunto vicino alla postazione dei guardacoste, Murat ordinò ai soldati di seguirlo, promuovendo il sergente al rango di capitano, ma anche questi fuggirono di fronte alla sua ostentazione. Poiché la piazza si era ormai svuotata, Murat decise di recarsi a Monteleone (oggi Vibo Valentia), una città tradizionalmente favorevole alla Francia. Tuttavia, quando si fermò per acquistare un cavallo, si formò una folla ostile, e Trentacapilli, un ufficiale di polizia, gli intimò di arrendersi. Murat tentò di ingannare la folla, dicendo di essere diretto a Trieste e mostrando un passaporto in ordine, ma fu subito circondato. Nacque un tumulto: uno sparo disperse la folla, e Murat, insieme a pochi compagni, fuggì verso la spiaggia, ma le feluche erano ormai scomparse. Tentando di salire su una barca da pesca, furono raggiunti dai loro inseguitori. Un suo compagno sparò, ma fu ucciso, e un feroce parapiglia ebbe inizio. Murat riuscì a sottrarsi miracolosamente al linciaggio, ma fu aggredito da molte donne che lo insultavano, ricordandogli le atrocità commesse durante il suo regno. Una di esse gli strappò un ciuffo di baffi, che conservò come trofeo. Trentacapilli gli sottrasse i documenti e la fibbia di diamanti.
Esauriti, feriti e laceri, Murat e i suoi uomini furono catturati e condotti al castello, dove furono imprigionati in una cella oscura. Altri, settantanove in totale, furono circondati. Il generale Nunziante, comandante della Calabria Meridionale, fu informato dell’accaduto e inviò a Pizzo un distaccamento di truppe, mentre il cameriere del Duca di Infantado si occupò di procurare a Murat cibo, vestiario, vino e un medico per le sue ferite. Sebbene Murat avesse ancora numerosi soldati, specialmente nell’esercito, la notizia del suo arresto preoccupò Ferdinando IV. Il sovrano, informato mentre assisteva a un'opera al San Carlo, convocò il Consiglio e, su proposta di Medici, Ministro della Polizia, decise di sottoporre Murat a un processo da parte di una commissione militare. Fu probabilmente un consiglio di A'Court, il diplomatico inglese, mentre l’Ambasciatore austriaco si ritirò prudentemente. Il 13 ottobre Murat fu giudicato dalla corte marziale composta da ufficiali che egli stesso aveva promosso. Dichiarato colpevole di incitamento alla guerra civile e di attacco armato al legittimo sovrano, fu condannato alla fucilazione.
Murat scrisse una commovente lettera alla moglie e, sotto la persuasione di un curato di Pizzo, uomo sincero e devoto, si confessò e ricevette l'assoluzione. Alla vista del plotone di esecuzione, che si apprestava a fucilarlo, esclamò con calma: “Mirate al cuore, ma risparmiate la faccia”, rifiutando di essere bendato. Il re sfortunato cadde senza un lamento, pagando con la vita per un destino che, purtroppo, pareva scritto sin dall'inizio. La sua fine, seppur triste e indegna, sembra non poter essere altrimenti, data la situazione tragica in cui si trovò.
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